Alessandro Pontremoli, Ed. la Lingua E le Lingue Di Machiavelli. Atti del Convegno Internazionale Di Studi Torino, 2-4 Dicembre 1999

By Di Maria, Salvatore | Italica, Autumn 2003 | Go to article overview
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Alessandro Pontremoli, Ed. la Lingua E le Lingue Di Machiavelli. Atti del Convegno Internazionale Di Studi Torino, 2-4 Dicembre 1999


Di Maria, Salvatore, Italica


Alessandro Pontremoli, ed. La lingua e le lingue di Machiavelli. Atti del Convegno Internazionale di studi Torino, 2-4 dicembre 1999. Firenze: Leo S. Olschki, 2001.

Il volume contiene 17 interventi di studiosi francesi e italiani dell'opera machiavelliana. Per facilitarne l'uso e la lettura, l'editore ha pensato bene a dividere la collezione in quattro sezioni: (1) la lingua della politica, (2) la lingua della letteratura, (3) il linguaggio dello spettacolo e (4) i linguaggi dell'arte e della musica. I saggi sono tutti muniti di ampia documentazione bibliografica, anche se pochi sono i riferimenti a studi in lingua inglese, si da chiedersi se gli autori ignorino la ricerca critica di lingua inglese o addirittura l'abbiano "a gran dispitto." Data la varieta e la quantita delle relazioni, un resoconto dettagliato ci porterebbe ad un discorso lungo e forse dispersivo. Per tanto, ci limiteremo a tracciare un profilo generale con particolare attenzione a interventi che meglio colgono lo spirito del tema e del convegno.

Apre la prima parte Corrado Vivanti con un intervento su "Machiavelli e l'informazione diplomatica" dove si precisa che il ruolo dell'ambasciatore non si limita piu a rappresentare il proprio governo, ma anche, e soprattutto, a riferire ragguagli sull'economia, sulla situazione politica e militare e sul carattere dei protagonisti politici del paese in cui si trova in missione. Era incombente dunque che, a parte il linguaggio diplomatico, l'ambasciatore conoscesse anche il gergo militaresco e quello dei mercanti. Machiavelli piu di ogni altro forse, e Vivanti porta l'esempio degli ambasciatori veneziani Zaccaria Contarini e Vincenzo Quirini, aveva capito che non bastava esprimersi nel linguaggio adatto, ma bisognava anche esprimere un giudizio di immediato valore politico. Per cui, buona parte delle sue missive diplomatiche tendono ad essere orientative si da indirizzare la politica fiorentina. Machiavelli contribuisce cosi, conclude Vivanti, a una definizione quasi moderna del ruolo dell'ambasciatore. Sull'impalto del pensiero e del lessico politico machiavelliano si sofferma anche Emanuele Cutenelli-Rendina ("Assunzione e metamorfosi"), il quale insiste sulla presenza di Machiavelli, anche se spesso in un contesto polemico e contestunte, nei testi guicciardiniani soprattutto nei Ricordi. Il discorso sul lessico si fa sempre piu specifico con i saggi di Jean-Claude Zancarini ("Gli umori del corpo politico") e con Jean-Louis Fournel ("Frontiere e ambiguita nella lingua del Principe"). Come traduttori del Principe in lingua francese, gli studiosi conducono una disamina sull'uso di lessemi (plebe, popolo, modi, ordini, stato, armi, e governi, ecc.) la cui pluralita di sensi rende il testo machiavelliano irriducibile alle categorie della filosofia classica. La polisemia lessicale, concludono con acutezza gli autori, sfocia in una lingua alquanto fluida creando un testo sempre piu mobile e sempre piu capace di riflettere la realta del momento e di adottare nuove configurazioni (85).

La parte sulla lingua letteraria comincia con la "Teatralizzazione dell'incontro diplomatico" di Jean-Jacques Marchand, il quale prende spunto dalla missione fiorentina presso Luigi XII di Francia (1500) per mettere in rilievo la propensita teatrale del linguaggio machiavelliano. La riscrittura delle trattative diplomatiche permette a Machiavelli di riproporre, spesso in forma quasi dialogata, gli atteggiamenti e lo stato d'animo del re e dei suoi ministri, ad indicare la casualita e le interruzioni dei colloqui, e a contestualizzare i suoi dispacci nel tempo e nello spazio in cui avvengono certi incontri (a caccia, a pranzo o durante una cavalcata). In questi elementi di regia e di registro linguistico tipicamente teatrale, lo studioso ravvisa la vocazione di Machiavelli alla messa in scena. Arnaldo Di Benedetto e Enrico Mattioda discutono l'opera machiavelliana nel contesto della polemica settecentesca tra coloro che, come Pietro Verri, accusavano il Segretario fiorentino d'aver ridotto a sistema "l'arte di opprimere gli uomini sotto un governo arbitrario," e altri che, come Diderot, Rousseau, Parini, Baretti e Foscolo vedevano il Principe come "il libro dei reppubblicani.

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