"Un Riso Che Direi Sabbatico": Aspetti Dell'umorismo Di Primo Levi

By Cicioni, Mirna | Italian Culture, Fall 2000 | Go to article overview

"Un Riso Che Direi Sabbatico": Aspetti Dell'umorismo Di Primo Levi


Cicioni, Mirna, Italian Culture


Nel 1981, rispondendo (per iscritto) a una domanda di Giovanni Tesio sugli aspetti umoristici delle sue opere (1), Levi inizia situando questi aspetti in un contesto personale:

   Io credo proprio che il mio destino profondo [...] sia l'ibridismo, la
   spaccatura. Italiano, ma ebreo. Chimico, ma scrittore. Deportato, ma non
   tanto (o non sempre) disposto al lamento e alla querela.

Ma in un secondo momento nella riflessione personale si inserisce, senza essere identificato come tale, un elemento culturale ebraico: la parola sabbatico, l'idea del momento di pausa dalle cure concrete che e anche momento di gioia, riflessione e studio.

   Qualche volta, davanti alla pagina bianca, io mi trovo in uno stato d'animo
   che direi sabbatico: allora provo piacere a scrivere stramberie, e coltivo
   l'illusione che il mio lettore provi un piacere corrispondente.
   (sottolineatura mia).

E la risposta si conclude con un'affermazione difensiva che contiene una distinzione:

   E' vero che alcuni critici, e molti lettori, preferiscono i miel scritti
   seri; e loro diritto, ma e mio diritto sconfinare (2).

Per quanto Levi non abbia mai sviluppato una specifica poetica dell'umorismo, sembra possibile collegare le sue pagine umoristiche a sue osservazioni su autori o contesti che portano alla "salvazione del riso" (3). Sembra anche possibile ricondurre alcune delle componenti dell'umorismo di Levi a due elementi fondamentali della sua poetica: la dialettica fra ordine e caos, costante anche di numerosi studi teorici sull'umorismo, e l'appartenenza ebraica, da lui insistentemente definita "un puro fatto culturale" prima delle leggi razziali, ma recuperata e ripensata, in una prospettiva rigorosamente laica, a diverse riprese dopo il ritorno da Auschwitz. La lettura che qui si propone di un brano della Tregua, di parte del racconto "Il fabbro di se stesso" e della poesia "Pio" e un tentativo di collegare umorismo, ordine e caos, e appartenenza ebraica. E' anche un tentativo, dato che tutte e tre queste pagine dialogano con testi della cultura "ufficiale", di leggerle come discorsi intertestuali, in cui l'incontro fra testi diversi genera nuove posizioni e porta ad altri livelli di significati.

Il rifiuto di Levi di circoscriversi in una definizione, la sua insistenza sull'ibridismo della sua identita - l'autodefinizione "un anfibio, un centauro" torna a varie riprese in interviste e testi dal 1966 alla morte (4) - implica la possibile compresenza di molteplici schemi di interpretazione della realta: "italiano, ma ebreo", "chimico, ma scrittore", e "curioso di scienza ma anche di letteratura". In molte teorie contemporanee dell'umorismo, da Pirandello ad Arthur Koestler a Guido Almansi (5), la compresenza di due schemi di interpretazione della realta coerenti ma incompatibili e il fondamento sia dell' "incongruo" che dell' "umorismo" e dell" "ironia". Anche per Levi questa compresenza e alla base di quello che lui chiama "il riso". Il suo amore per Rabelais ("mon maiaetre"(6)) deriva dal fatto che Gargantua et Pantagruel e "per meta robusta buffonata epico-popolare, per meta intriso della vigorosa e vigile consapevolezza morale di un grande spirito del Rinascimento." (7) Anche nella recensione all'autobiografia di Joel Koenig, Sfuggito alle reti del nazismo, Levi identifica la "comicita" involontaria del fatto che Koenig sia contemporaneamente "molto tedesco e molto ebreo" (8). Nel racconto "Argon", che apre Il sistema periodico, Levi attribuisce al giudeo-piemontese dei suoi antenati "una mirabile forza comica" proprio in forza delle contrastanti interpretazioni della realta (linguistiche, culturali e universali) che esso rappresenta:

   [Esso ha] una mirabile forza comica, che scaturisce dal contrasto fra il
   tessuto del discorso, che e il dialetto piemontese scabro, sobrio e
   laconico, mai scritto se non per scommessa, e l'incastro ebraico, carpito
   alla remota lingua dei padri, sacra e solenne [. … 

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(Einhorn, 1992, p. 25)

(Einhorn 25)

1

1. Lois J. Einhorn, Abraham Lincoln, the Orator: Penetrating the Lincoln Legend (Westport, CT: Greenwood Press, 1992), 25, http://www.questia.com/read/27419298.

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"Portraying himself as an honest, ordinary person helped Lincoln identify with his audiences." (Einhorn, 1992, p. 25).

"Portraying himself as an honest, ordinary person helped Lincoln identify with his audiences." (Einhorn 25)

"Portraying himself as an honest, ordinary person helped Lincoln identify with his audiences."1

1. Lois J. Einhorn, Abraham Lincoln, the Orator: Penetrating the Lincoln Legend (Westport, CT: Greenwood Press, 1992), 25, http://www.questia.com/read/27419298.

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