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L'antropologia del Male in Tu Ridi: I Taviani Re-Interpretano Pirandello

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L'antropologia del Male in Tu Ridi: I Taviani Re-Interpretano Pirandello

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"L'uomo non ha della vita un'idea, una nozione assoluta, bensi on sentimento mutabile e vario, secondo i tempi, i casi, la fortuna," osserva Luigi Pirandello nel saggio L'umorismo (157), indicando la tendenza della logica umana ad attribuire valore assoluto a cio che, invece, e relativo. L'argine con cui tentiamo di arrestare il flusso della vita, fissandolo in forme stabili, corrisponde al bisogno di imbrigliare la mobilita fino a farla cessare. Le forme pirandelliane sono, dunque, i concetti, gli ideali sui quali vorremmo modellare "tutte le finzioni che ci creiamo" (Umorismo 153) con l'intento di definire le condizioni in cui stabilirci.

Il flusso, tuttavia, continua imperturbato dentro di noi, incurante dei limiti e pronto a rompere le barriere "dei doveri che ci siamo imposti e delle abitudini che ci siamo tracciate," per sconvolgere tutto. L'anima e il centro propulsore di questo meccanismo inarrestabile, in cui "le nostre forme fittizie crollano meseramente" (Umorismo 154). Anche Anselmo, l'anziano protagonista della novella "Tu ridi" (1912), (1) sperimenta nella finzione narrativa lo smarrimento causato da un equilibrio instabile. La sua esistenza e squallida e monotona, abbrutita dalle ristrettezze economiche e dal peso della famiglia, ma nel sonno Anselmo ride, di un riso appagante e ristoratore. L'attivita onirica, pero, allevia solo momentaneamente le sue miserie quotidiane, perche al risveglio l'uomo non ricorda il motivo dell'ilarita notturna. Le avversita, poi, lo hanno privato anche della fede in risarcimenti divini, che potrebbero spiegare il suo riso come un presagio dall'aldila, capace di consolarlo della sua esistenza grama.

Avendo escluso Dio, gli scherzi del diavolo e la capacita di sognare ("Non sognava affatto! Non sognava mai!" ["Tu ridi" 395]), Anselmo cerca la ragione del suo "sonno di piombo nero, duro e profondissimo" in una "malattia di nuova specie, forse una convulsione viscerale, che si manifestava nel sonoro sussulto di risa" ("Tu ridi" 395). Il giovane medico a cui si rivolge gli espone "le teorie (2) piu recenti e accontate sul sonno e sui sogni" ("Tu ridi" 396), e spiega la felicita notturna di Anselmo come prodotto dell'attivita onirica, convincendolo della provvidenzialita della Natura, cosi benigna da chiudergli gli occhi "allo spettacolo delle sue miserie" ("Tu ridi" 397).

L'ipotesi di una compensazione naturale, che non lascia ricordi diurni, persuade Anselmo fino a quando il caso non gli riporta alla mente il motivo della sua ilarita: l'immagine del suo collega, impedito alle gambe e, per questo, disabile nei movimenti, che cerca di salire su un'ampia scalinata. Pur aiutandosi con il bastone, l'uomo non puo schernirsi dalle risate del capoufficio, che lo deride per la sua goffaggine; non gli resta, allora, che aggrapparsi con le mani a un gradino, scalciando come un mulo verso l'impietoso osservatore. La scena si chiude con il trionfo del superiore, che riesce a "cacciare la punta del suo crudele bastone nel deretano esposto del pover'uomo" ("Tu ridi" 398).

La caduta sulla scalinata suscita comicita in quanto mima la perdita di elasticita che riduce il movimento ad un meccanismo rigido e ripetitivo. Secondo Bergson, il riso e appunto la punizione sociale di atteggiamenti stereotipati, che sono in contraddizione con la vitalita che ci si aspetterebbe dagli esseri viventi: "Le attitudini, i gesti e i movimenti del corpo umano sono ridicoli nella misura in cui questo corpo ci fa pensare a un semplice meccanismo" (53). Nella caduta il personaggio si riduce a marionetta, non perche la sua deformita e associata a qualcosa di per se comico, ma perche la sua agilita si congela in rigidita meccanica, creando una ripetizione che imita cio che appare "innaturale."

L'imitazione e un procedimento comico, in quanto distrugge la spontaneita attraverso un raddoppiamento, con un passaggio dall'autentico all'artificioso, che Bergson definisce spostamento. …

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